La gestione delle presenze in azienda tramite marcatempo è da sempre al centro di numerosi contenziosi legali. Una recente e fondamentale sentenza della Corte d’Appello di Napoli, pubblicata il 29 giugno 2026, ha fatto chiarezza su un tema caldissimo: il cosiddetto badge swapping, ovvero la timbratura incrociata del cartellino tra colleghi di lavoro.
 
La pronuncia dei giudici partenopei stabilisce un principio di diritto essenziale per aziende e dipendenti. Il licenziamento per giusta causa è illegittimo se la timbratura per conto terzi avviene tra lavoratori che si trovano comunque effettivamente in servizio all’interno della struttura.
 
Nel caso in esame, mancano sia l’intento fraudolento sia il danno economico verso il datore di lavoro. La condotta del dipendente va quindi punita esclusivamente con una sanzione conservativa (come la sospensione o il rimprovero scritto), ordinando l’immediata reintegra sul posto di lavoro e il risarcimento del danno.
 

Il caso: 21 episodi di badge swapping non bastano per la giusta causa

La vicenda ha visto coinvolto un dipendente di un’azienda di trasporti a capitale pubblico, al quale erano stati contestati ben ventuno episodi di timbratura incrociata nell’arco di un solo mese. In primo grado, il Tribunale aveva dichiarato risolto il rapporto di lavoro, condannando l’azienda al solo pagamento di venti mensilità risarcitorie.
 
La Corte d’Appello di Napoli ha totalmente ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del lavoratore. Il punto nodale della sentenza risiede nella totale assenza di un artificio o di una condotta fraudolenta.
 
I controlli interni hanno infatti dimostrato che i colleghi coinvolti nello scambio di favori non erano assenti dal posto di lavoro. La timbratura per conto terzi serviva unicamente a risparmiare tempo o a gestire piccoli ritardi logistici, ma il personale si trovava regolarmente in servizio. Non essendoci stata una falsa attestazione della presenza, l’azione non ha causato alcuna lesione patrimoniale all’azienda.
 

Il principio di proporzionalità e il codice disciplinare del Ccnl

La sentenza evidenzia come la semplice violazione formale delle regole interne o l’inosservanza delle procedure di timbratura non siano sufficienti a recidere il vincolo fiduciario tra datore e dipendente. Per attivare la sanzione massima del licenziamento per giusta causa, è necessaria una gravità oggettiva e soggettiva di livello assoluto.
 
I giudici hanno ricordato che le aziende devono obbligatoriamente rispettare la scala delle sanzioni prevista dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (Ccnl) applicato e dal codice disciplinare interno. Se per l’inosservanza dell’orario o l’uso scorretto dei sistemi di tracciamento è prevista una sanzione di tipo conservativo, il datore di lavoro non può legittimamente applicare il licenziamento. In caso contrario, l’eccedenza punitiva viene assimilata dal giudice all’insussistenza del fatto contestato, facendo scattare la tutela reintegratoria piena.
 
Oltre alla restituzione del proprio posto di lavoro, il dipendente ha ottenuto un risarcimento economico fino a dodici mensilità, oltre al versamento integrale di tutti i contributi previdenziali e assistenziali maturati dal giorno del recesso fino all’effettivo rientro in servizio.
 

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